Tor des Geants 2010
E chi ci credeva? Un anno fa ero comodamente seduto in place de l’Armitiè a Chamonix a sorseggiarmi la mia rituale birretta pre UTMB quando mi cade sotto mano il volantino di una gara da 330 km 24000 m D+ che si sarebbe tenuta a metà settembre dell'anno seguente in Valle d’Aosta. La prima cosa che ho pensato è stata: “Ma non faranno mica sul serio?”. Di lì a poco le notizie frammentarie dell’edizione zero e poi più concretamente un sito, un regolamento, un percorso e un nome: TOR DES GEANTS. Mi iscrivo quasi per scherzo con in fondo al cuore già la consapevole rassegnazione che sarebbe stato impossibile far svolgere regolarmente una gara così lunga in quel periodo dell’anno. Dalle preiscrizioni di dicembre il tempo passa e si arriva, non senza qualche polemica causata dal silenzio mediatico dell’organizzazione (tipico dei folli e di chi sa il fatto suo), alle iscrizioni. Confermo tutto e continuo a dirmi “beh, intanto partiamo, poi quel che sarà, sarà”.
Il tempo scorre, gli allenamenti, le gare e al TOR proprio non ci penso. Mi schiero in partenza del mio quarto UTMB e quando, causa maltempo, vengo stoppato a Saint Gervais realizzo che la prossima gara sarebbe stata proprio lui. Comincio ad interessarmene e vedo che, contrariamente all’inizio dell’anno, tutto era fatto a puntino. Road Book, altimetrie, programmi…”azz… ma questi ci credono sul serio”. Dopo il rituale travaglio domestico sabato mattina mi preparo la borsa e parto alla volta di Courmayeur. Arrivo ed è tutto perfetto come al solito: calorosa l’accoglienza, adeguato il pacco gara e il materiale che gli organizzatori ci hanno messo a disposizione, ottimo pasta party e puntuale breafing tecnico-meteo. Non rimane che dormirci sopra una notte e non pensarci tanto. Alla mattina consegno la sacca che mi seguirà lungo tutto il percorso e via alla partenza. Ci sono molti volti familiari, di amici con i quali si sono pestati un bel po’ di sentieri. Sembra di essere il famiglia. Vuoi vedere che l’organizzazione anche senza mettere vincoli di gare qualificanti è riuscita ad attrarre la “crema” del trail mondiale solo con percorso e organizzazione? Spettacolo!
Vista l’entità dell’impresa ho già da tempo deciso di condividere questa avventura con Beppe già mio compagno di fatica nel deserto ed è con lui che passo gli attimi prima della partenza. Si ride, si scherza, si cerca di non pensare a quello che succederà di lì a poco, a quando lo starter darà il via e si alzerà l’interruttore nel nostro cervello. Ci siamo, si parte. La prima parte del percorso non ha nulla di inedito per me: è il percorso del Grand trail Valdigne al contrario, da Courmayeur a La Thuille. Parto forte, spinto dall’emozione, anche se avevo mangiato tanto da poco e quindi a metà salita arriva regolare la prima crisi. Nausea, sudorazione abbondante e gambe vuote. Se non ne avessi passate almeno un migliaio di crisi del genere mi sarei fermato lì ma ormai la conoscenza di me stesso in questi momenti è tale che elargisco il primo migliaio di imprecazioni e arrivo in cima. Facile discesa dove si sistema lo stomaco, ristorino e successiva planata su La Thuille. Al ristoro mangiamo qualcosa e ripartiamo, a noi sì è unita Chiara, vecchia conoscenza dell’UTMB.
Mi colpisce subito il tifo lungo il percorso: tutti ti applaudono e ti incitano… che bella sensazione. Si riparte di slancio verso il passo alto, una bella salita non molto impegnativa tra cascate e boschetti da fare “con il cuore”. Segue una discesa su una terribile pietraia che subito mi fa capire che questa volta la “bestia” da domare non ha i tratti somatici dei trail più rinomati. Questa volta abbiamo a che fare con la montagna, quella vera, quella di pietre e sassi. Siamo freschi, le gambe sono reattive e quindi si vola giù per questo discesone e si attaccano di slancio i successivi 750 m D+ che portano a Crosatie. Qui mi scatta l’embolo, metto giù un passo suicida e nel giro di un ora ci fumiamo i 750 m D+ di cui gli ultimi 300 m D+ su una lunga serie di scalinate in quota. Siamo completamente sopraffatti dallo spettacolo che ci circonda, drogati dalla roccia, bramosi di macinare chilometri. Abbiamo una sola cosa in mente arrivare a Valgrisenche tra le 10 e le 12 ore. Alle 21 siamo alla base vita, 11 ore, contenti di essere in tabella, ma forse abbiamo forzato un po’ troppo. Questo passaggio è paragonabile a un passaggio dell’UTMB a Les Champieux in 9 ore (cosa che non ho mai fatto). Il morale però è alto e nessuno dei tre ha intenzione di dormire la notte. Quindi, nonostante le previsioni meteo diano pioggia, si riparte. Il secondo settore sarà di 53 km e 4200 m D+ e avrà sostanzialmente 3 salite con tre scollinamenti a 2800, 3000 e 3300 m slm giusto per gradire. La pioggia ci coglie poco dopo l’uscita dalla base vita, ci copriamo e ci prepariamo ad affrontare una notte al bagnato in quota. Attacchiamo il colle Fenetre, la salita si presenta subito molto impegnativa, rampe spaccagambe dove è difficile avere un’andatura regolare. Alla durezza della salita si aggiungono le prime crisi di sonno/stanchezza che ci costringono a fermarci più volte lungo l’ascesa. A 100 m D+ dalla vetta si abbassano le nuvole e ci troviamo in mezzo a una grandinata, la visibilità è scarsa e il freddo è pungente, ora la situazione è veramente critica. Manteniamo la calma e piano piano scolliniamo. Sull’altro versante ci attende la neve e una discesa “impiccata” dove il minimo errore sarebbe costato molto ma molto caro. Scendiamo con cautela prima sotto la neve poi sotto la pioggia e poi appena ne abbiamo l’occasione allunghiamo il passo per raggiungere il successivo punto di ristoro. Si arriva nel paesino di Rhemes Notre Dame dove ad accoglierci sotto l’acquazzone ci sono un gruppetto di ragazzini che in piena notte è lì per fare il tifo a noi. La cosa mi riempie di gioia. Breve pausa al ristoro e si riparte per attaccare il col Entrelor 3000 slm. Altra salita stroncacammelli affrontata con le pile non adeguatamente cariche. Arranchiamo, cerchiamo di avanzare in qualsiasi modo lecito ma l’unica cosa che riusciamo a dirci è che siamo stanchi morti e che forse siamo partiti troppo forte. Scolliniamo all’alba e affrontiamo la lunga discesa con la luce. Cerchiamo di ritrovare nuove energie anche perché il colle successivo è il Losson e si sale a 3300 m slm. Inutile dire quanto si senta la quota. Per fortuna non piove più e la giornata si annuncia soleggiata forse anche troppo. Affrontiamo quindi la salita al Losson sotto il sole a picco.
Gli ultimi 500 m D+ sono un’agonia. Siamo in condizioni pietose ma notiamo che anche gli altri non sono messi meglio. Strisciamo lentamente verso la cima, 50 passi e 1’ di pausa, 50 passi e 1’di pausa e così via. Arrivo per primo allo scollinamento, un paio di battute con i ragazzi dell’assistenza due foto e via giù in picchiata verso Cogne, seconda base vita. A Cogne decidiamo di fare uno stop un po’ più lungo, mangiamo, ci facciamo una doccia e perfino due ore di riposino. Nelle basi vita però non si riposa bene, troppo via vai, troppo casino. Ripartiamo da Cogne in piena notte per affrontare quello che sulla carta sembra essere il settore più facile 46 km 1300 m D+ con una sola salita significativa ma una discesa di 30 km che ti porta a Donnas 300 m slm punto più basso di tutto il percorso. Il cattivo riposo fatto a Cogne si fa subito sentire, le crisi di sonno si susseguono e al rif Sogno siamo costretti a fermarci nuovamente per dormire. Qui comprendo la differenza tra un ora ben dormita e due ore in base vita a far finta di dormire. Dopo solo un ora di sonno ripartiamo completamente rigenerati e affrontiamo di slancio il tratto che ci separa da Donnas. Commettiamo anche un errore di percorso che ci costa circa un oretta ma il morale è alto e la base vita ad un passo e poco prima di mezzogiorno siamo lì. Mangiamo e via, intenzionati a proseguire fino al tramonto per poi valutare le condizioni ed eventualmente fermarci. Il quarto settore è il peggiore di tutti e sette i settori 53 km 4500 m D+ si distingue per dei “muri” di 300-800 m D+ con sentieri che si sviluppano sulla linea di massima pendenza del monte. L’espressione “testa bassa e pedalare” è quanto mai appropriata. Affrontiamo questa serie di muri anche questa volta sotto il sole a picco. Gli abiti sempre umidi di sudore, la puzza nauseabonda che emaniamo, la privazione del sonno, la stanchezza per i km e il dislivello accumulati ci stanno togliendo quell’aspetto di uomini civili conquistato in millenni di evoluzione. Stiamo regredendo allo stato animale. Non riesco a pensare al di là del prossimo passo e le uniche considerazioni che traggo sono che fatto un passo mi mancano meno km e D+. In queste condizioni raggiungiamo il rif. Coda al tramonto. Lo spettacolo che la natura mi regala alla mia sx mi ripaga di tutte le fatiche fatte fin qui. Un tramonto infuocato con il sole che si nasconde dietro alle vette più belle della Valle D’Aosta. Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di essere lì. Beppe è stanco e decidiamo di fermarci a dormire al rif. Coda. Mangiamo e ci buttiamo a letto. Due orette ben fatte. Alla ripartenza mi sento molto bene ma Beppe perde terreno. Arrivo al ristoro del lago Vargno in netto anticipo. Lo aspetto.
Si riparte ma nella successiva salita verso col Marmontana vado in crisi anch’io. L’ascesa diventa un calvario e la successiva discesa su pietraia al buio non è di certo una passeggiata. Anche in questo tratto Beppe rimane attardato. Al successivo punto acqua lo aspetto avvolto in un sacco a pelo. Appena arriva ci scambiamo appena un cenno, lui si infila in un sacco a pelo e si mette a dormire. Spero che si possa riprendere, non lo vedo molto bene. Ripartiamo alla volta di Niel, una interminabile discesa molto umida dove è facile scivolare (io sono caduto tre volte). Cerco di scendere in sicurezza ma vedo che Beppe arranca di nuovo. Arrivo a Niel e lo aspetto, lo vedo nuovamente molto provato, mi dice che ha bisogno di riposare e di andare avanti, di fare la mia gara. Nel frattempo anche Chiara si era aggregata ad un altro gruppo per cui a 140 km dalla fine mi ritrovo solo… poteva succedere. Affronto la successiva salita al col Lasoney di buon passo. La salita non presenta pendenze impegnative ma è semplicemente interminabile. Avrò visto almeno 8 volte il punto in cui si scollinava, salvo poi arrivarci e dover salire ancora. Riesco a scollinare e a compiere il tratto di discesa insieme ai nuovi compagni di via di Chiara. Sono anche loro vecchie conoscenze del trail, due di loro due settimane prima avevano chiuso la PTL… dei fenomeni. Arrivo a Gressoney molto provato per il caldo; il sudore, la puzza, gli abiti bagnati mi danno fastidio. Ho bisogno di una doccia, di rinfrescarmi, di sentirmi pulito per un attimo. Arrivo al palazzetto dello sport e subito senza nemmeno spogliarmi la prima doccia fredda: Beppe è lì seduto: ritirato. Mi sale un groppo in gola, trattengo a stento le lacrime ma lo vedo sereno. Mi dice che non ne aveva più. Mi aiuta al ristoro, mi lascia degli indumenti asciutti e poi ce ne andiamo a riposare. Io ho programmato un’oretta di riposo. Riparto da Gressoney con un'altra vecchia conoscenza il buon Luciano con il quale quest’anno ho avuto il piacere di condividere l’arrivo alla Nove Colli Running, una persona speciale, semplice, molto pacata che non si ferma neanche se gli spari con il bazooka. Il mio passo però è leggermente superiore per cui superato il primo tiro fino all’Alpenzu ci separiamo e ritorno nel mio stato ipnotico meditativo. Cavoli, sto per attaccare la mia terza notte in mezzo ai monti e nonostante tutto vado ancora avanti. La solitudine però gioca brutti scherzi, in alcuni momenti piango, in altri rido, in altri mi prendo per il culo da solo in altri mi scopro a parlare da solo. Spesso penso ai miei bambini e la loro innocenza mi fa sorridere. Altre volte a mia moglie incazzata nera per questa mia ennesima settimana di assenza da casa per gara e mi vengono in mente le parole di un amico ex ciclista professionista “chi non fa non capirà mai”. Tra questi pensieri scollino i soliti ultimi 300 m D+ killer del colle Pinter e trotterello allegro verso Cuneaz e il rif. Crest dove programmo mangiata e pisolino. Dopo un paio di orette riparto in compagnia di un romanaccio, sento che non ho riposato bene come vorrei, in più, dalla prima notte, una forte tosse bronchiale mi accompagna all’uscita da ogni ristoro, decido di fare una sosta più lunga a Saint Jacques, per ricaricare le pile in vista della successiva ascesa ai 2772 del col Nannaz. Inizio la salita con passo lento e regolare ma c’è qualcosa che non va, le gambe non girano, il fiato è lungo i pensieri sono negativi. A tre quarti salita è crisi nera! Ho finito tutte le energie, divoro tutto quello che ho in zaino ma non basta, sono un zombie. Arranco in salita sollevando a fatica i piedi. Come un miraggio nel deserto mi si materializza davanti il rifugio Tournalin. Entro nel rifugio con un aspetto abbastanza preoccupante, il gestore mi chiede se va tutto bene, io non rispondo. Mi sembra di essere dentro una bolla di sapone, tutto mi sembra distante. Vedo me stesso che si aggira nel rifugio e da fuori mi ordino di mangiare qualcosa. Mi avvento su una terrina di cioccolata e nonostante la nausea ne mangio un po’ con un po’ di cracker. Un altro concorrente mi dà un gel. Accumulate le energie sufficienti per fare le scale e andare a dormire mi faccio accompagnare in stanza dove cado in coma per circa un’ora e mezza. Al risveglio, libero l’intestino, vado giù e mi divoro una terrina con tre tavolette di cioccolato dentro e un bel po’ di pane. Non posso fare a meno di notare il concorrente davanti a me che fa colazione a thè, crostata, cortisone e antidolorifico…gli vado a fianco e gli cito una delle mille frasi mitiche raccolte in anni di ultra “’ste robe o te e finisi a pan e acqua o te sta casa!”. L’amico fa lo gnorri, lui non capisce il veneto. Riparto completamente rigenerato tanto da impiegare solo 55’ dal col Nannaz a Cretaz. Alla quinta base vita altra doccia e riposino breve.
Il sesto settore si preannuncia molto “roulant” sulla carta e quindi lo affronto con lo spirito di chi pensa di aver già superato il peggio. In realtà dopo aver ripreso quota il settore si sviluppa su una lunga serie di saliscendi su traversi…interminabile. Verso le 15:00 sono all’alpeggio grand Raye, la giornata è splendida, mi tolgo le scarpe, mi prendo tutto il pane uvetta e noci tipico dell’alpeggio, una bella pinta di thè caldo e mi metto a prendere il sole. Non so che giorno sia, non mi interessa, non so che posizione in classifica ho, non mi interessa. So solo di essere lì in paradiso a 2300 m slm con le marmotte che fischiano a mangiare una cosa deliziosa e a farmi baciare dai raggi del sole… mi sento Dio e mi concedo una mezz’oretta di sosta. Riparto con l’intenzione di marciare fino all’imbrunire anche se il traguardo di Ollomont mi sembra alquanto improbabile. Quando mi trovo al rifugio Cuney noto che il meteo sta peggiorando, qualche goccia di pioggia. Il gestore mi dice che è una perturbazione passeggera che di lì a poco smette. Decido di fermarmi, un’oretta di branda, due bei piattoni di spaghetti al pomodoro spettacolari, un'altra oretta di branda e poi via che è uno spettacolo. Riparto con Aldo, un altro matto che due settimane prima si era fatto il grand raid dei Pirenei. Procediamo di buon passo ma a un certo punto della discesa verso Closè mi assale una potentissima crisi di sonno. Non ce la faccio più, l’arrivo al punto di ristoro è una vera e propria agonia. La scena, raccontatami poi da Aldo, del mio arrivo al ristoro, era da candid camera. Sono arrivato, mi sono tolto lo zaino, ho individuato una brandina e non ho fatto a tempo ad essere completamente sdraiato che già stavo dormendo. Sono caduto in trance per un oretta godendomi uno dei sonni più profondi della mia vita. Al risveglio funziona tutto meglio. Affronto bene la successiva salita verso il col Brison e molto bene la successiva discesa verso Ollomont. Mi sento bene ma sono anche sufficientemente “stufo” di questa gara. Ho voglia di finire. Decido così di non riposare e di proseguire destinazione Courmayeur. Non nascondo che quando ci ho pensato mi è venuta la pelle d’oca. Affronto nuovamente con Luciano la salita verso il col de Champillon e nuovamente lo stacco. Sto bene e riesco anche a spingere la successiva discesa dal colle. Una volta terminata la discesa seguono altri 20 km pianeggiante su strade poderali. Molto noiosi, con il rischio di cadere in crisi di sonno. Decido quindi di giocarmi la batteria del cellulare e inizio a chiamare gli amici per tenermi sveglio. Arrivo così a Saint Rhemy. Al ristoro mi dicono che mancano un paio di ore al successivo punto acqua. Valuto che con le scorte che avevo ci sarei potuto arrivare. Peccato che era tre e mezza e non due ore. Inizio l’ultima interminabile salita verso il col Malatrà. Superati i 2000 slm comincio a cercare di capire dove sia il ristoro. Vedo una malga distantissima con delle luci. “non può essere quella”. Sento che sto per entrare in crisi, le forze mi mancano e per l’ennesima volta mi devo trasformare in un ectoplasma strisciante. Non ce la faccio più, il mio sguardo e i miei pensieri non vanno oltre la bandierina successiva. In questo modo arrivo alla malga. Completamente esausto. Chiedo se c’è da dormire, il ragazzo dell’organizzazione mi dice “mi dispiace questo è solo un punto acqua” ma per mia fortuna non fa a tempo a finire la frase che il malgaro mi preleva di forza, mi porta in casa, mi sdraia a letto e mi mette sopra una coperta termoelettrica per scaldarmi. Resto immobile in quello splendido tepore per un oretta. Poi quando è pronta la cena il malgaro mi viene a chiamare. Metto i miei abiti ad asciugare vicino alla stufa e ceno in famiglia. Mi viene quasi da piangere. Due bei piatti di minestrone una bella “cioppa” di pane e un kg di formaggio fresco di malga. Lo spirito del TOR è anche questo, una regione aperta ai suoi trailer. Riposo un altro paio d’ore e poi riparto rigenerato. Gli ultimi 15 km sono pura formalità.
La salita al col Malatrà per quanto impegnativa è pura antologia. Poi è tutte discesa, soprattutto di testa. Arriva veloce il Bonatti e poi sono a casa, sul percorso del “mio” UTMB. Giusto il tempo per un thè al Bertone e poi in 40’ sono a Courmayeur. Niente lacrime questa volta, ne avevo versate già molte nei giorni prima solo il bisogno di inginocchiarmi all’arrivo al cospetto di Dio che mi ha dato i mezzi per portare a termine una gara del genere. Per il resto sono d’obbligo i complimenti all’organizzazione, ai volontari e alla Valle d’Aosta tutta che hanno reso perfetto questo TOR DES GEANTS



